Si è svolta ieri, presso il Cinema Farnese di Roma, la giornata dedicata al cinema coreano indipendente. Il Korean Day è il baricentro emotivo di questa edizione dell’Asian Film Festival 2026, con pellicole di alta qualità visiva e narrativa. Come sempre, l’aspettativa che il pubblico e la critica riservano per i film che raccontano una Corea diversa dal mondo patinato del K-Pop e dei K-Drama viene premiata da prodotti che colpiscono duro, come un pugno nello stomaco dello spettatore.
“4 Sundays in September” è il corto della regista singaporiana Mun Chee Yong, presente in sala. Il suo racconto di una gravidanza non voluta fa da apripista al dramma dei “disertori” nordcoreani che tentano la fortuna a sud del fiume Imjin, con la speranza di una vita migliore a Seoul.
Il cinema coreano indipendente tra realismo e introspezione
Il regista Jungkook Han racconta, nel suo “A Poet of the River”, il dramma vissuto da Sun-hwa, un’adolescente nordcoreana disertrice che lotta per sopravvivere in Corea del Sud, tormentata dalla nostalgia della sorella perduta. In mezzo a un gruppo di giovani fuggiaschi, trova fragili legami di appartenenza, finché un’improvvisa tragedia non cambia irrimediabilmente il suo destino. Il film è una cronaca della cruda realtà a cui questi ragazzi, emarginati dal perbenismo sudcoreano, si trovano a lottare per sopravvivere. Le tinte forti e la mancanza di speranza, presente per tutto il racconto, portano lo spettatore a riflettere sulla società coreana e su come sia dura la vita per chi è additato come “diverso”. I colori freddi fanno sentire ancora di più la solitudine vissuta dalla protagonista fino al drammatico finale.
Con “Two Voices into an Echo“, il regista Kyungrae Kim esplora le vicende emotive di una donna in vari momenti della propria vita. Il film ha un ritmo lento ed è cadenzato dai vari eventi di cui è protagonista Min-ju/Yu-ha. Con dialoghi in soggettiva e la mancanza di veri e propri punti di riferimento, lo spettatore resta spiazzato dal contesto narrativo e si trova, spesso, a porsi domande sul reale significato di quello che appare sullo schermo: cosa è realtà e cosa frutto dell’immaginazione? Un film destabilizzante che lascia un profondo senso di sconforto, con un finale particolare che non dà risposte ma ulteriori domande. Bella la fotografia e interessante il modo di raccontare.
“Beautiful Dreamer” è il nuovo lavoro del regista Lee Kwang-kuk, che abbiamo avuto modo di incontrare e a cui abbiamo potuto rivolgere qualche domanda. Il film racconta la storia di In-seon che, a tre anni dal suicidio del marito, conserva ancora le sue ceneri. Quando decide che è giunto il momento di lasciarlo andare, sua figlia Su-yeon torna a casa e si oppone all’idea. Nei giorni successivi, le due donne si troveranno costrette ad affrontare il dolore represso per anni. Il regista fa un uso sapiente del sogno come mezzo di narrazione ed è un maestro nell’entrare ed uscire dal racconto onirico: un’esplorazione del lutto con silenzi contemplativi ed improvvise esternazioni che allontanano e avvicinano le due protagoniste verso una riconciliazione dolorosa ma vitale. Un’estetica più pittorica e meno legata al parlato traccia un’ulteriore evoluzione dello stile registico di Lee.
LEGGI ANCHE: La presentazione di Asian Film Festival 2026
Da Lee Kwang-kuk all’action adrenalinico di Min Kyu-dong
Il Korean Day si chiude, infine, con un film che si distacca completamente dai precedenti. Il passaggio, senza aver potuto metabolizzare appieno il dramma onirico di Lee Kwang-kuk, all’action movie “The Old Woman with the Knife” è stata un’iniezione di adrenalina pura che ci ha proiettato nel mondo di Hornclaw, leggendaria killer sessantenne. La protagonista è una donna che, nel corso della prima parte della sua vita, ha subito ingiustizie e violenze che l’hanno resa perfetta per trasformarsi in un killer senza cuore, pronta a ripulire la Corea da quegli insetti “schifosi” che perseguitano la brava gente.
La sua vita rischia di andare in pezzi quando Bullfight decide di tormentarla. Si tratta di un’avvincente ed adrenalinica storia di oltre due ore che non lascia spazio ad attimi di pausa e riflessione. Bravi i protagonisti ed ottimo il lavoro del regista Min Kyu-dong, che porta sullo schermo tutta la violenza dei thriller in stile coreano, con duelli all’arma bianca all’ultimo sangue arricchiti da una coreografia artistica spettacolare. Superlativa Lee Hye-young che, invecchiata ad arte, porta sullo schermo uno dei killer più spietati mai visti, ma dotata di una propria umanità che supera le regole del gioco in cui è coinvolta.











L’intervista: Incontro con il regista Lee Kwang-kuk
Tra le proiezioni della giornata, “Beautiful Dreamer” ci ha spinto a cercare un confronto diretto con chi quel sogno lo ha costruito. Abbiamo incontrato Lee Kwang-kuk per approfondire la sua visione del cinema coreano.
Domanda: Regista Lee, ci racconti della sua ricerca della perfezione visiva per un’estetica pittorica sempre più ricercata. Risposta: Per ogni opera cerco il giusto approccio e la rappresentazione per una storia specifica; cerco di costruire il modo in cui “dipingere” la pellicola in funzione del racconto che voglio trattare.
Domanda: Il sogno come strumento di resistenza, come gentilezza e astrazione, può essere considerato una sorta di visione ottimistica per questo dramma? Risposta: Il sogno, l’entrare ed uscire continuamente dalla realtà, è una caratteristica del mio modo di fare regia, ma non possiamo dire che ci sia una sorta di ottimismo anche in questo caso. Il sogno è solo un modo di rifugiarsi dalla durezza della realtà. Il suicidio, che avevo trattato indirettamente in precedenza, è stato affrontato in modo diretto e crudo con “Beautiful Dreamer”.
Il regista, poi intervenuto a valle della proiezione, ha voluto puntare il dito su come il suicidio sia un qualcosa di cui doversi vergognare in Corea e di come i parenti della vittima siano tacciati di non essere persone da invitare ad eventi, soprattutto come matrimoni o compleanni.
Il Korean Day si è concluso mostrandoci un cinema coreano in salute, con tanti titoli impegnati e con storie che portano sullo schermo non solo la Corea ricca di luci e di benessere, ma grandi drammi intimi e civili. L’appuntamento con altre pellicole coreane è per il 13 aprile con “Debone” e per il 15 aprile, giorno di chiusura del festival, con “The Ugly“, ultima opera del maestro Yeon Sang-ho.
Scopri di più da Universal Movies
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

