Continuiamo a parlare del Torino Film Festival, e dei film visti durante la manifestazione. Oggi vi proponiamo la recensione di Mary Shelley, diretto dalla regista Haifaa Al-Mansour e interpretato da Elle Fanning e da Maisie Williams.

La storia di Mary Godwin Wollstonecraft, figlia di un filosofo e libraio londinese e dalla prima teorica del femminismo, del suo incontro con il poeta Percy Bysshe Shelley, del loro amore anticonformista, della vacanza in Svizzera, a Villa Diodati, insieme al maudit Lord Byron, al suo medico Polidori e alla sorellastra di Mary, e della notte in cui si sfidarono nella creazione di un racconto gotico. Nacque così Frankenstein.

L’opera della Al-Mansour si colloca perfettamente nel genere proto-femminista moderno, con la nostra eroina che combatte per i diritti delle donne come se fosse una ragazza moderna. La regista, che ci aveva fatto ben sperare con La bicicletta verde, firma un’opera molto semplice e semplicistica, che strizza l’occhio agli adolescenti di oggi ma sembra tradire lo spirito del tempo.

Il film, nonostante il buon cast, è abbastanza tedioso. Non aiuta il trucco e il parrucco che disegnano i nostri protagonisti come ragazzi del 2017, in molti elementi del look. Occasione sprecatissima per vedere Maisie Williams in un ruolo diverso da quello di Aria de Il trono di spade poichè appare pochissimi minuti.

Buona la ricostruzione d’epoca, pessimi gli attori maschili, soprattutto Tom Sturridge che interpreta Lord Byron in maniera insopportabile e inverosimile. Bocciato anche Douglas Booth, molto atteggiato. Sempre bravo, invece,  Stephen Dillane, anche se pare interpretare sempre lo stesso personaggio.

Si nota un guizzo di originalità solo alla fine, quando la storia di Frankenstein pare tirare i fili del vissuto della protagonista, in un guizzo emozionale che non salva il film dalla noia assoluta.

La regista Haifaa Al-Mansour ci regala una versione di Mary Shelley girata in maniera molto tradizionale e noiosa e spreca un’occasione d’oro per confezionare una pellicola che potessa racchiudere l’ardore che l’opera avrebbe meritato. Peccato!